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Occhi azzurri

Ha gli occhi azzurri, mio fratello. E’ molto bello, si chiama Amir. Mamma è convinta che troverà una moglie molto buona.
Non sappiamo bene perché lui abbia gli occhi così, visto che ce li abbiamo tutti neri, ma lui ha gli occhi azzurri. Mi piace guardarli e fingere di vedere il cielo.
Anche mia sorella, Zahra, è molto bella, ma mio fratello di più. Lui è alto, e gioca sempre a calcio. Infatti ha molti muscoli, ma non troppi, come dice mia sorella. Ha i capelli neri che gli sfiorano le spalle, perché non ha mai tempo per andare a tagliarli. Ha anche un po’ di barba, perché ormai è un uomo: ha diciannove anni.

Siamo una famiglia felice. Non viviamo in un posto bellissimo, e la paura ci dà la caccia tutti i giorni, ma almeno siamo tutti vivi e siamo tutti insieme. Mio padre si chiama Mahdi, ed ha sposato solo mia madre, Zeinab, e hanno avuto prima mio fratello, poi mia sorella e poi me. Mia mamma indossa il burka perché la sua religione lo chiede, e lei vuole rispettarla, ma ha sempre detto a mia sorella che, se lei non vorrà metterlo, potrà non farlo. Mia sorella è felice di questo, anche se sa che mamma è l’unica che la pensa così tutto il villaggio. Anche lei porta il burka, alla fine. Anche mio padre crede molto, ma non se la prende quando mio fratello gli chiede se ne è sicuro. Amir è un po’ un filosofo, un sognatore. Crede che ci possano essere tanti Dei, gli Dei di tutte le religioni, e che nessuno abbia torto.
A mio fratello la violenza sembra insensata, soprattutto quella per motivi religiosi. Lui dice che non esiste nessuna religione che dica di uccidere gli altri.
Mio fratello sorride spesso, anche quando gli danno i pugni.

Mio fratello sorrise anche quando i soldati entrarono in casa nostra. Ci avevano liberato da una settimana quando successe. L’isis era stato cacciato, e noi eravamo al sicuro. Quando la porta si aprì di schianto, mia madre mi abbracciò forte. Ero ancora troppo piccolo per dormire con gli altri uomini.
Io avrei voluto dirle di stare tranquilla, che l’isis era andato via. Ma quella stretta mi ricordava la paura che provavamo quando c’erano ancora loro.
I soldati, con le loro lucine verdi, ci raggiunsero.
“Calma, stai calma, è solo un’ispezione” dicevano, con tono rassicurante. Mia mamma allentò un po’ la presa, ma non mi lasciò. Mia sorella si era rannicchiata in un angolo, stringendosi un velo raccolto alla buona sul capo, stretta contro mia zia.
Entrarono nella stanza dove dormivano mio padre, mio fratello, mio zio e mio cugino. Io rimasi nelle braccia di mamma e guardai.
Portarono fuori mio zio, prima, poi mio padre, poi mio cugino ed infine mio fratello. Lui sorrideva, gentile.

Una volta chiusa la porta, mia sorella scoppiò in lacrime per la tensione, e mamma corse ad abbracciarla. Io, zitto zitto, sgattaiolai fuori.
Amir era appoggiato al muro esterno di casa, ed i soldati gli stavano tutti attorno. Mio fratello guardava negli occhi quello davanti a lui. Non sapevo perché, ma decisi di nascondermi.
“Come ti chiami?” parlava solo un soldato.
“Amir” rispondeva mio fratello.
“Quanti anni hai, Amir?”
“Diciannove, mio signore”
“E’ l’età per combattere”
“Sì, ma io sono contrario alla violenza, mio signore”
“Ma il giuramento lo sai a memoria, vero?”
Il giuramento era quello dell’isis. Un giorno ci avevano chiuso tutti nella moschea e ci avevano obbligato a dirlo e ridirlo più volte. Ma quei soldati non erano dell’isis. Perché volevano il giuramento da mio fratello?
“no, mio signore. Ci chiusero in moschea e ce lo fecero dire, ma io a memoria non lo so” lo schiaffo, a mano aperta, sul volto, gli arrivò improvviso. Sobbalzai, confuso. Mio fratello chiuse per un attimo gli occhi azzurri, poi li riaprì.
“non ho fatto niente, mio signore, non sono dell’isis” disse. Il soldato lo colpì di nuovo, e quello alla sua destra gli diede un pugno sul collo. Trattenni il fiato.
“Dimmi il giuramento”
“Non lo so signore”
Notai la telecamera.
“Dì le parole del giuramento” ancora schiaffi, ancora pugni.
“Non lo so, mio signore” calci sulle gambe.
“Lo sai il giuramento”
“Non è vero, mio signore, non lo so” ancora pugni. Mio fratello aveva cominciato a tremare, doveva appoggiarsi al muro, ma nei suoi occhi azzurri non c’era paura.
“Dicci il giuramento”
“Io non lo conosco, mio signore. Mi posso sedere? Non sto bene” lo spinsero a terra.
Il soldato allora ha cominciato a pronunciare il giuramento. Ogni volta che mio fratello non ripeteva, gli tiravano un calcio. L’ha ripetuto.

Sono rientrato in casa in silenzio, mentre mia mamma ancora stringeva mia sorella. Mi sono messo da una parte e mi sono abbracciato le gambe. Ho atteso interminabili minuti, nel silenzio interrotto solo dai singhiozzi di Zahra. Mio zio, mio cugino e mio padre erano seduti contro il muro. Mio cugino strizzava gli occhi per non piangere.
Il tempo passava piano piano piano. Non sentivo molti rumori da fuori. Solo i soldati che facevano casino. Non sentivo la voce di mio fratello.
Dopo un po’, ci chiamarono. Mio fratello era tra di loro, in manette. Dissero che lo portavano via per interrogarlo. E allora quello cosa era stato? Non era un interrogatorio?
Mamma scoppiò a piangere, disse che Amir non aveva fatto nulla, che era un ragazzo buono, che rifiutava la violenza. Lo portarono via.

Non siamo più una famiglia felice, perché anche se l’isis non c’è più, nel nostro villaggio, noi non siamo più tutti insieme. Mio fratello è molto bello. E’ alto e muscoloso, con i capelli neri e un po’ di barba. Ha diciannove anni, e ci manca tanto. Voi lo avete visto? Io no. Ha gli occhi azzurri, mio fratello.

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